From the monthly archives: marzo 2009

Per taluni tre decenni della rivoluzionaria legge che ha demanicomializzato i malati psichici italiani non sono stati sufficienti a far loro ammettere la necessità impellente di rivedere, per potenziarla, l’intera organizzazione dell’assistenza, ora solo strumento di potere e di malaffare, refrattario a qualsivoglia vero controllo, indagine ed attenzione collettiva.

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“Considerate la sua semplicità e la sua efficacia potrebbe essere utilizzata nel prossimo futuro come terapia coadiuvante nella depressione grave in ambiente ospedaliero o ambulatoriale”

MILANO – È un dispositivo in grado di erogare una corrente continua a bassa intensità – tra 1 e 2 mA – il cuore tecnologico di un nuovo trattamento della depressione grave sviluppato da Alberto Priori, direttore del Centro clinico per la neurostimolazione della Fondazione Ospedale maggiore Policlinico Mangiagalli e Regina Elena e docente dell’Università degli studi di Milano in collaborazione con la Clinica Villa Santa Chiara di Verona che si è guadagnato la pubblicazione sulla rivista “Journal of Affective Disorders”.

Si tratta della stimolazione transcranica in corrente continua (transcranial direct current stimulation, tDCS): applicando sullo scalpo due elettrodi per alcuni minuti, il trattamento permette, senza procurare dolore o fastidio al paziente, una buona percentuale di miglioramento dei sintomi.

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“Sento delle voci. La ‘ndrangheta mi perseguita, gli extracomunitari mi odiano… Dovete aiutarmi”. Il 9 marzo Antonio Olivieri, 43 anni, capelli radi e barba incolta, si presenta in una caserma dei carabinieri alla periferia di Torino. Mostra i polsi al maresciallo: ci sono segni di tagli superficiali, che si è procurato da solo. Da una tasca dei jeans sbuca un coltello con una lama di 10 centimetri. Il maresciallo allora chiama il 118. L’ambulanza porta Olivieri al pronto soccorso, ma per il medico di turno è un “codice verde”.

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Le malattie depressive hanno una chiara matrice ereditaria e ciò sarebbe da ricondurre ad una vera a propria anomalia strutturale della corteccia laterale che viene tramandata dai genitori ai figli. È questa la conclusione di uno studio condotto da ricercatori del Columbia University Medical Center di New York.

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La vendetta non paga

On 28 marzo 2009 By

Le persone caratterizzate da reciprocità positiva sono molto più sensibili agli incentivi, e tendono anche a guadagnare più denaro

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«Mi chiamo Laura e sono un’alcolista, e sono passati 12 mesi dall’ultima volta che ho bevuto». Comincia così il racconto di una ragazza di 29 anni dell’imolese, che grazie ad Alcolisti anonimi (per i membri semplicemente AA) ha festeggiato il suo primo anno senza bottiglia. «Erano anni che sospettavo di avere un problema con l’alcol, ma non me ne sono resa conto fino a quando un medico non mi ha detto: Non è importante quanto beve, quando beve e cosa beve, il fatto è che il suo bere è comunque costante e non controllabile.

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l mal di vivere? È una malattia che si insinua nella quotidianità e abbatte la qualità di vita di chi ne soffre. Tanto da incidere anche sulla sua produttività, al pari delle patologie cardiovascolari e del diabete. Parola di Claudio Mencacci, direttore del Dipartimento di psichiatria e neuroscienze dell’ospedale Fatebenefratelli. I giorni di lavoro persi da soggetti con depressione maggiore, spiega Mencacci, sono in Europa, e anche in Italia, «7 volte superiori rispetto alla popolazione generale». (Fonte: Il Giorno, Milano)

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RIMINI – «Nella Provincia di Rimini servono servizi e strutture a sostegno delle famiglie con disabili fisici o mentali». Lo ha affermato il consigliere comunale Lucilla Ketti Ronchi di Sinistra Critica nel corso dell’ultimo consiglio comunale di Misano prima della votazione dello schema di statuto relativo all’Asp, la nuova azienda servizi alla persona.

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In seguito all’atroce delitto di Torino, io che ho un fratello con problemi psichiatrici e 2 genitori anziani che vivono con lui, vorrei fare sapere a chi non lo sa, che noi familiari siamo ostaggi grazie a leggi che tutelano solo i malati. Ma i familiari che li curano cosa sono? Per la legge noi dobbiamo solo subire. Eppure il signore di Torino per un delitto così efferato non farà neppure un giorno di carcere. E si pensi a quel signore di Parma che sterminò la famiglia e ora gli spetta pure l’eredità. Se un giorno leggerete «padre uccide figlio malato di mente» non giudicate, ma comprendete l’angoscia di familiari lasciati al proprio destino con malati così gravi. M. B. (Fonte: Il Giorno, Milano)

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Quando la notte del 15 gennaio 2003 all’ospedale di Passirana di Rho un paziente in trattamento sanitario obbligatorio uccise il suo compagno di stanza affetto da una sindrome di segno opposto, «l’impulso omicidiario maturò nel contesto di reciproca insofferenza tra i due pazienti e costituì un’espressione del tutto logica del quadro psichico» dell’assassino, sicché «il venir meno della forzata convivenza tra i due avrebbe con assoluta certezza “disinnescato” il movente omicida e scongiurato l’evento letale».
Per questo il giudice Carlo Cotta motiva la condanna di un medico del reparto di psichiatria e di due infermieri, nonché dell’ente ospedaliero quale responsabile civile, a 1 anno (pena sospesa) e 170.000 euro di risarcimento per concorso colposo nell’omicidio, per il quale invece l’assassino è già stato prosciolto in Assise per totale incapacità di intendere e volere.
Sulla sentenza ha pesato «la granitica impressione di totale attendibilità » del racconto dei parenti della vittima assistiti dall’avvocato Massimo Bassi, «improntata a evidente schiettezza, non comune equilibrio e difetto di qualunque malsano spirito di rivalsa (cosa ben diversa è il sano desiderio di giustizia»).
Il giudice stesso avverte che «l’applicazione delle regole di normale prudenza non può comportare a carico degli imputati una richiesta di preveggenza» a posteriori. Ma questo vale per il momento del ricovero, non invece per il mancato spostamento di uno dei due pazienti dopo i primi attriti.

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