Stress ed emicrania

Il legame tra stress ed emicrania è complesso. Nella sua concezione recente, lo stress è visto come un processo transazionale tra un individuo e il suo ambiente, in cui l’individuo fornisce una risposta a una coercizione interna o esterna. Questa articolo è una review dell’evidenza a favore di una relazione tra stress ed emicrania. Molti studi mostrano che il 50-80% dei pazienti riporta lo stress come fattore precipitante delle proprie cefalee emicraniche. Molti autori hanno suggerito che lo stress acuto può provocare modificazioni biologiche che abbassano la soglia di suscettibilità del soggetto a un attaccco emicranico. È stato anche dimostrato che l’incidenza dell’emicrania è maggiore quando i livelli di stress sono stati maggiori nell’anno precedente. Ciò suggerisce che oltre a essere un fattore precipitante delle crisi, lo stress potrebbe anche essere un fattore precipitante della malattia in individui suscettibili. Inoltre lo stress può innescare la cronicizzazione dell’emicrania. Questo è stato dimostrato in molti studi retrospettivi e in uno studio prospettico. L’iperalgesia e la sensibilità centrale al dolore indotte dallo stress cronico possono in parte spiegare questo fenomeno. Molti studi retrospettivi inoltre hanno rilevato che gli eventi avversi durante l’infanzia, come l’abuso sessuale e fisico, sono più frequenti nei soggetti emicranici che nei non-emicranici. Nonostante ciò, non ci sono studi prospettici che considerino un legame causale tra abuso nell’infanzia ed emicrania in età adulta. Un altro punto da affrontare è la comorbilità fra lo stress correlato ai disturbi psichiatrici, come il disturbo da stress post-traumatico, e l’emicrania. Anche in questo caso molti studi condotti in grandi campioni della popolazione generale sono convincenti. Tutto questo porta a proporre terapie di gestione dello stress ai soggetti emicranici. Studi randomizzati e controllati e metanalisi hanno dimostrato che le terapie di rilassamento, di biofeedback e quelle cognitivo-comportamentali di gestione dello stress sono efficaci nella profilassi dell’emicrania, soprattutto nei bambini. L’uso di queste terapie è particolarmente interessante in associazione ai trattamenti farmacologici nei pazienti con crisi frequenti. Tuttavia la maggior parte degli studi ha standard metodologici bassi. Malgrado ciò le terapie di gestione dello stress in Francia vengono proposte come trattamento di profilassi nelle raccomandazioni per il trattamento dell’emicrania.
FONTE: Radat F. – Rev Neurol (Paris). 2013 Apr 19 – Centre douleur chronique, CHU Pèllegrin, Bordeaux cedex, France.

Depressione e predisposizione genetica

Che ruolo gioca la genetica nella depressione? E in che modo può essere utile per differenziare i sottotipi del disturbo, caratterizzati da manifestazioni sintomatologiche diverse tra loro? È quanto si sono chiesti psichiatri e genetisti del Virginia Institute for Psychiatric and behavioral genetics della Commonwealth university di Richmond, in Virginia, in uno studio coordinato da Kenneth S. Kendler e pubblicato su Jama psychiatry. Lo studio è stato condotto su un numero davvero impressionante di gemelli (oltre 7.500), sia monozigoti sia dizigoti, dello stesso sesso o di sesso opposto. Tra questi vi erano 3.084 coppie. È stata analizzata, tramite questionari inviati per posta, la prevalenza di disturbi depressivi maggiori così come definiti dal Dsm-IV, che richiede 9 diversi criteri sintomatologici. «Umore, edonia, funzioni vegetative, attività psicomotoria, contenuto e funzioni cognitive sono tra gli elementi richiesti dal Dsm per valutare lo stato depressivo» spiega Kendler. «La cosa sorprendente è che tali criteri sono stati stabiliti solo su base clinica, quindi fenotipica, ma sia studi clinici sia studi epidemiologici suggeriscono che insieme formino un’unica dimensione, che abbiamo tentato di analizzare con gli strumenti della genetica». Gli studi sui gemelli sono essenziali per discriminare, all’interno di possibili modelli eziologici, la componente ambientale da quella genetica e, soprattutto, per comprendere se una patologia è legata a singole dimensioni di rischio genetico. I risultati di questa analisi dimostrano che, nel caso della depressione maggiore e malgrado ciò che pensa la maggior parte degli psichiatri, esistono tre grandi gruppi di pazienti accomunati da profili sintomatologici comuni (prevalentemente cognitivi e psicomotori, prevalentemente legati all’umore e sintomi prevalentemente neurovegetativi, tra i quali i disturbi del sonno) che corrispondono a tre diverse dimensioni di rischio genetico. «Ora gli studi devono concentrarsi sull’identificazione dei geni coinvolti che potrebbero anche dar luogo a meccanismi eziologici diversi a livello neurotrasmettitoriale» conclude l’autore.
FONTE: Jama Psychiatry, Published online April 17, 2013- Doctornews 22 aprile

Efficacia su depressione di psicoterapia cognitiva e paroxetina

La terapia cognitiva e con farmaci antidepressivi sono trattamenti efficaci per la depressione, ma poco si sa circa la loro efficacia relativa nel ridurre i singoli sintomi depressivi. Utilizzando i dati di un recente studio clinico di confronto fra terapia cognitiva, farmaco antidepressivo, e placebo nel trattamento della depressione moderata-grave, abbiamo esaminato se ci fosse un vantaggio relativo di ogni trattamento nel ridurre la gravità di specifici gruppi di sintomi depressivi. Il campione era costituito da 231 pazienti ambulatoriali depressi assegnati in modo casuale a: terapia cognitiva per 16 settimane (n = 58), trattamento con paroxetina per 16 settimane (n = 116), o farmaco placebo per 8 settimane (n = 57). Sono state esaminate le modifiche in cinque sottogruppi di sintomi depressivi: umore, cognitivo/ideazione suicidiaria, ansia, sintomi tipici-vegetativi, e atipici-vegetativi. La paroxetina ha portato ad una maggiore riduzione dei sintomi cognitivi/ideazione suicidiaria rispetto al placebo per 4 settimane, ed entrambi i trattamenti, farmaco e psicoterapia, hanno ridotto i sintomi più del placebo per 8 settimane. La terapia cognitiva ha ridotto i sintomi atipici-vegetativi di più rispetto al placebo per 8 settimane e di più dei farmaci durante tutto lo studio. Questi risultati suggeriscono che i farmaci e la terapia cognitiva conducono a diversi modelli di risposta per quanto riguarda i sintomi specifici di depressione e che l’efficacia generale di questi due trattamenti ben convalidati può essere ricondotta in gran parte a cambiamenti nei sintomi cognitivi o atipici-vegetativi.
FONTE: Fournier JC, Derubeis RJ, Hollon SD, Gallop R, Shelton RC, Amsterdam JD.,* “Differential change in specific depressive symptoms during antidepressant medication or cognitive therapy” – Behav Res Ther. 2013 Apr 12;51(7):392-398. doi: 10.1016/j.brat.2013.03.010.
* Department of Psychiatry, University of Pittsburgh School of Medicine, 3811 O’Hara Street, Pittsburgh, PA 15213, USA.

Turni di lavoro e sindrome del colon irritabile

Nella tradizione anglosassone con la definizione “disturbi funzionali gastrointestinali” (Longstreth et al., 2006) (FGIDS: functional gastrointestinal disorders) si intende un insieme di sindromi dell’apparato gastroenterico, caratterizzate da una sequela di sintomi (diarrea, stitichezza, gonfiore, dolenzia addominale, nausea, pirosi, reflusso gastroesofageo, epigastralgia) che incidono in modo rilevante sulla qualità di vita dei soggetti affetti e per i quali non si identifica alcuna causa specifica organica o biochimica. Tra questo gruppo di sindromi quelle più frequenti sono: la sindrome dell’intestino irritabile (IBS: irritable bowel syndrome), con una prevalenza lifetime dal 3 al 22% (Hungin et al., 2003) e la dispepsia funzionale (FD: functional dyspepsia) con una prevalenza lifetime dal 19% al 76% (Knill-Jones, 1991); percentuali variabili in base ai criteri utilizzati nella diagnosi. Nel corso degli ultimi decenni, la ricerca sulle FGIDS (Mayer et al., 2002) ha proposto un modello patogenetico biopsicosociale nel tentativo di spiegare le connessioni tra lo status psichico (stato emozionale e cognitivo) e le alterazioni gastrointestinali come alterata motilità intestinale e ipersensibilità viscerale. L’ipotesi patogenetica individua nello stress psicosociale un fattore attivante il sistema nervoso centrale (SNC) che a sua volta stimola il sistema nervoso autonomo, il sistema neuroendocrino e i centri nervosi deputati al controllo della sensibilità viscerale. Tale processo sarebbe responsabile dell’aumento della motilità gastrointestinale, secrezione, percezione e risposta emotiva viscerale a eventi. In clinica questa ipotesi trova conferma nella constatazione che i fattori psichici influenzano le FGIDS esacerbandole e peggiorandone la prognosi. A ciò si aggiungono le evidenze relative all’associazione tra disturbi ansiosi e depressivi con FGIDS e quelle relative all’efficacia di terapia psicofarmacologica e psicoterapia cognitivo-comportamentale nell’alleviare i sintomi legati a IBS e FD (Hayee et al., 2007).
In quest’ottica si muove la ricerca presentata nell’articolo proposto (Kim et al., 2013), nella quale gli autori hanno indagato le relazioni tra qualità e quantità del sonno, stress, IBS e FD in un campione composto da lavoratori turnisti e controlli (lavoratori diurni). In letteratura non sono molto frequenti gli studi focalizzati su pazienti sani soggetti a turnazione lavorativa e ciò rende ragione della valenza dell’articolo. Partendo dalla premessa che i disturbi del sonno incidono negativamente sullo sviluppo di malattie croniche (cancro, malattie cardiovascolari ecc.), gli autori si pongono il quesito di un nesso simile in FGIDS trovandone risposta. Confrontando i due gruppi in studio (turnisti vs controlli) i ricercatorievidenziavano una maggior prevalenza di IBS (28%) e FD (19,8%) nei turnisti seppure con una significatività statistica solo per IBS (p <0,026). Nell’ analisi multivariata, inoltre, si indicavano come fattori di rischio per FD lo stress e la scarsa qualità del sonno, mentre variabili predisponenti indipendenti per IBS risultavano essere anche la giovane età e la turnazione lavorativa.
Lo studio, dunque, conferma il modello biopsicosociale come via patogenetica principale nello sviluppo delle FGIDS. Gli autori sottolineano l’importanza dell’alterazione dei ritmi circadiani come fattore fondamentale nella patogenesi di IBS, fornendo preziosi stimoli per la ricerca in questo campo.
Bibliografia
Hayee B, Forgacs I. Psychological approach to managing irritable bowel syndrome. BMJ 2007; 334: 1105-9.
Hungin APS, Whorwell PJ, Tack J, Mearin F. The prevalence, patterns and impact of irritable bowel syndrome: an international survey of 40,000 subjects. Aliment Pharmacol Ther 2003;17:643-50.
Kim HI, Jung SA, Choi JY, Kim SE, et al. Impact of shiftwork on irritable bowel syndrome and functional dyspepsia. J Korean Med Sci 2013;28(3):431-7.
Knill-Jones RP. Geografical differences in the prevalence of dyspepsia. Scand J Gastroenterol 1991;26 (Suppl.182):17-24.
Longstreth GF, Thompson WG, Chey WD, Houghton LA, Mearin F, Spiller RC. Functional bowel disorders. Gastroenterol 2006;130:1480-91.
Mayer EA, Collins SM. Evolving pathophysiologic models of functional gastrointestinal disorders. Gastroenterol 2002;122:2032-48.

FONTE: harmoniamentis.it

Con la dieta mediterranea la mente non decade

La dieta mediterranea colpisce ancora: mangiare pesce, pollo e insalata evitando carne rossa, salumi e latticini preserva memoria e pensiero. «In altre parole, con la dieta mediterranea cala il rischio di decadimento cognitivo legato all’età» afferma Georgios Tsivgoulis dell’Università di Atene, professore associato di neurologia all’Università dell’Alabama, Stati Uniti, e primo firmatario di un articolo pubblicato su Neurology. «La demenza è un disturbo comune tra gli anziani, con una prevalenza di circa il 15% tra i settantenni. Attualmente non esistono strategie per prevenirla né terapie in grado di risolverla» spiega il neurologo. Tuttavia, studi epidemiologici suggeriscono che fattori legati alla dieta si associano a un basso rischio di sviluppare la malattia di Alzheimer, una delle cause più frequenti di demenza. «La dieta mediterranea è un modello alimentare caratterizzato da un elevato consumo di alimenti di origine vegetale e olio d’oliva, con basso apporto di grassi saturi. Seguire questo tipo di regime alimentare non solo allunga la sopravvivenza, abbassando il rischio cardiovascolare e la mortalità per cancro, ma riduce anche le probabilità di Alzheimer» spiega Tsivgoulis. Proprio per chiarire il legame tra demenza e dieta mediterranea, insieme ai colleghi, il neurologo greco ha valutato l’associazione tra adesione alla dieta mediterranea e deterioramento della funzione cognitiva nei 17.478 afro-americani e caucasici partecipanti allo studio Regards (Reasons for geographic and racial differences in stroke study), partito tra il 2003 e il 2007 e ancora in corso. L’adesione è stata calcolata con un questionario, mentre lo stato cognitivo è stato valutato al momento dell’arruolamento nello studio e annualmente durante un follow-up medio di circa 4 anni. I risultati? Chi seguiva la dieta mediterranea aveva il 19% in meno di probabilità di sviluppare disturbi cognitivi o di memoria. Senza differenze tra afro-americani e caucasici, ma con significatività minore tra i partecipanti ammalati di diabete. «La dieta è solo una delle componenti di uno stile di vita che può ridurre i disturbi cognitivi negli anziani. Esercizio fisico, controllo del peso, astensione dal fumo e cura di diabete e ipertensione sono ugualmente importanti» conclude il ricercatore.

Neurology 2013;80:1684–1692

Disturbo bipolare, Come prevenire le crisi

La ricerca scientifica ha messo in luce una serie di fattori che possono aumentare il rischio di soffrire di disturbo bipolare oppure di far scatenare un episodio depressivo o maniacale. Il fattore di rischio principale è quello genetico: hanno infatti una maggiore probabilità di manifestare il disturbo bipolare le persone con parenti o affini già affetti da qualche disturbo dell’umore, anche di altro tipo. Anche i fattori esterni però rivestono un ruolo importante e spesso possono essere modificati, almeno in parte, con una maggiore attenzione al proprio stile di vita.
I principali comportamenti che possono avere ricadute negative sulla malattia sono:
• l’uso di droghe e di alcol
• le alterazioni del ritmo sonno-veglia
• lo stress e le circostanze critiche
Il consumo di droghe e l’abuso di alcol costituiscono un problema molto frequente tra chi soffre di disturbo bipolare: possono infatti aggravare le fasi maniacali e di euforia, contribuendo anche a innescare comportamenti pericolosi, come guida spericolata e senso di onnipotenza. La dipendenza da alcol e droghe è difficile da abbandonare: molto spesso è necessario l’intervento di un esperto. Non bisogna avere paura di chiedere!
Anche la mancanza di sonno può influire negativamente sul disturbo bipolare, oltre che sullo stato di benessere generale della persona: mantenere un ritmo sonno-veglia regolare aiuta a ridurre gli stati depressivi e/o maniacali.
Un altro fattore fondamentale riguarda lo stress e le circostanze critiche, non solo quelle negative, ma anche quelle positive, che possono comunque alterare lo stato di equilibrio della persona a causa delle forti emozioni provate (tristezza, ma anche felicità). Ciò non vuol dire, naturalmente, che le persone affette da questo disturbo debbano evitare di provare emozioni, ma è importante essere consapevoli della situazione per poterla affrontare al meglio, anche con l’aiuto di amici e familiari.
Qualche buona abitudine…
Si elencano qui di seguito una serie di consigli pratici per cercare di migliorare il proprio stile di vita, con l’obiettivo di evitare i fattori di rischio per l’aggravarsi del disturbo bipolare e mettere la persona nella condizione più adatta per potersi curare al meglio. Spesso questi consigli contribuiscono anche a cambiare in meglio la salute complessiva della persona.
• No a droghe e alcol
• Migliorate la vostra “igiene del sonno”: dormite un numero adeguato di ore per notte e rispettate orari fissi per andare a dormire e svegliarsi
• Organizzate la vostra giornata: mantenete dei ritmi di vita regolari, con orari
precisi per i pasti e momenti di riposo
• Regolate i ritmi di lavoro: non assumete troppi impegni, cercate di evitare i turni notturni (per non alterare il ritmo sonno-veglia)
• Frequentate persone positive ed evitate compagnie che possano coinvolgervi in comportamenti pericolosi e a rischio
• Praticate un’attività fisica regolare: l’esercizio fisico moderato favorisce sia l’umore sia il sonno, e aiuta a socializzare. Prima di scegliere uno sport, parlatene con il vostro medico, per verificare le eventuali controindicazioni in base alla vostra condizione fisica
• Seguite con regolarità e costanza la cura prescritta dal vostro medico

FONTE: Mayo Clinic Family Health Book, 2009; SEEd Medical Publishers 2012; Brainlab.it