A Roma corso annuale di Immunologia Clinica

Sabato 21 gennaio 2012 si è svolta a Roma la prima lezione del corso annuale di Immunologia Clinica ((immunologia per la modulazione biologica dell’attività metabolica cellulare e tessutale umana nutrizione immunobiologica), tenuta dalla farmacologa ed immunologa clinica Marirosa Binda. Vi è costante comunicazione tra il sistema immunitario (SI), il sistema nervoso centrale (SNC) ed il sistema endocrino (SE) e la regolazione è reciproca tra tali tre sistemi integrativi dell’organismo. Inoltre neuropeptidi, ormoni, interleuchine, citochine (sostanze dette messaggeri molecolari) regolano ed interconnettono il SI, il SNC ed il SE. La stessa attività cerebrale è continuamente influenzata dai messaggeri molecolari. Tale rete comunicativa tra SI, SNC e SE è importante per il nostro organismo, in quanto mantiene l’omeostasi e nell’invecchiamento tende ad alternarsi, sregolandosi. Tale network neuro endocrino immunitario riconosce sia stimoli non cognitivi (quali batteri, virus, tossine ambientali, alimenti liquidi e solidi, sostanze gassose inalatorie), sia stimoli cognitivi (stress ed informazioni psichiche emozionali). Perciò situazioni di gravi e profondi stress cognitivi emozionali e psichici possono ridurre le risposte immunitarie ed aumentare la suscettibilità alle malattie infettive, autoimmuni e neoplastiche. Inoltre per mantenere l’omeostasi e la buona salute è importante modulare sinergeticamente le funzioni immunitarie, endocrine e neurologiche del paziente, specie se anziano, per cui nell’impostazione di un protocollo terapeutico biologico è importante la valutazione dei sintomi e la ricerca eziologica ed anche la valutazione dello stato endocrinologico, dello stato immunitario e dello stato neurologico-cognitivo del paziente in relazione all’età. Più specificamente nella valutazione dello stato immunologico del paziente è importante valutare le infezioni batteriche e virali (pregresse o in atto), la valutazione degli stimoli alimentari (solidi-liquidi) e respiratori (gassosi) del paziente. La risposta immune nel nostro organismo protegge in modo dinamico il sé da ciò che è considerato inadeguato o aggressivo ed è ben diversificata in naturale innata ed acquisita adattiva. La risposta immune naturale innata è costituita dalla specificità di membrana: pH, potenziale elettrico di membrana, permeabilità, espressione recettoriale, che coinvolge granulociti neutrofili, monociti attivati, macrofagi, cellule natural killer (NK), mediatori solubili, complemento. La risposta immune acquisita adattativa invece è costituita dall’attivazione di linfociti B e T e gli elementi che ne coordinano l’espressività sono linfociti T e B attivati, citochine, secrezione di immunoglobuline. Mentre la risposta immune naturale innata non decresce con il passare degli anni, invece la risposta immune acquisita adattiva decresce con il passare degli anni, dando luogo all’immunosenescenza. Comunque l’immunità naturale innata e l’immunità acquisita adattiva collaborano fra di loro nella difesa dell’organismo umano in modo completo, unitario, continuo e sinergico, facendo sì che nella scala evolutiva del sistema immunitario l’organismo umano rappresenta il massimo grado della stretta cooperazione dell’immunità naturale innata e dell’immunità acquisita adattiva. Infine nell’organizzazione immunitaria generale dell’organismo, gli organi linfatici primari (midollo osseo, timo), gli organi linfatici secondari (linfonodi, milza) e gli organi linfatici secondari ubiquitari (mucosa associated lymphoid tissue -MALT-, connettivi interstiziali) sono di pari importanza. Pertanto il sistema immunitario è un sistema complesso ed articolato che permette all’organismo di interagire con l’esterno e con se stesso. Ciò è di basilare importanza per un approccio integrato al paziente.

Scrittura autobiografica e gruppi di auto mutuo aiuto

Si è svolto giovedì 12 gennaio 2012 al Club del Benessere di Napoli il workshop Scrittura autobiografica e gruppi di auto mutuo aiuto, promosso dall’Associazione Psichiatri e Medici Psicoterapeuti. Scrive Oliver Sacks in L’uomo che scambiò sua moglie per un cappello: “Ognuno di noi ha una storia del proprio vissuto, un racconto interiore, la cui continuità, il cui senso, è la nostra vita. Si potrebbe dire che ognuno di noi costruisce e vive un racconto, e che questo racconto è noi stessi, la nostra identità.”. Scrivere di sé è una pratica antica, che risponde al bisogno dell’uomo di fissare la propria esperienza non solo nel tentativo di accettare la precarietà della sua vita, ma anche di riflettere su di essa, comprenderne il senso e spesso sciogliere o chiarire nodi problematici del proprio esistere. Chiunque abbia provato a tenere un diario, magari in un momento particolare della propria esistenza, ha sperimentato un sentimento di quiete e nello stesso tempo di stupore in relazione alla messa a fuoco di passaggi cruciali prima confusi, che grazie alla scrittura trovano un ordine interiore ed un senso. I passaggi fondamentali della scrittura autobiografica sono tre: retrospezione -cioè il recupero dei ricordi del passato mediante l’attivazione della memoria a lungo termine-; introspezione -ovvero l’osservazione e la riflessione di sé come capacità per la comprensione dei propri vissuti-; risignificazione -intesa come l’attribuzione di senso agli eventi personali-. La scrittura autobiografica offre un duplice livello di riflessione: da un lato, costringe il narratore ad attuare un processo di rielaborazione necessario a trasformare in forma scritta le proprie riflessioni (lo sforzo di trascrizione rende maggiore e più acuta la capacità di analisi interiore e la consapevolezza di sé); dall’altro facilita, attraverso la lettura, un ulteriore approfondimento. Dunque l’autonarrazione si fonda sulla “costruzione di significato” e sull’attribuzione di senso alle proprie esperienze. Inoltre le riflessioni e quindi le scritture realizzate offrono la possibilità di fissare la propria visione del mondo nel “qui ed ora” per andare nel “lì ed allora”, per affrontare le perdite più dolorose, come la fine di un amore o di un’amicizia o delle più estreme -la morte di persone care-. Inoltre la scrittura autobiografica è un valido strumento nell’ambito dei gruppi di auto mutuo aiuto. Definire cosa sono i gruppi di auto mutuo aiuto non è semplice, in quanto sotto questa etichetta si raccolgono esperienze e metodologie differenti. La loro natura spontanea li rende soggetti a continui cambiamenti. Sembra chiaro, però, che il mutuo aiuto può solo iniziare dall’auto-aiuto. I gruppi si differenziano se sono sorti per iniziativa di operatori di servizi pubblici o se nel gruppo esiste un conduttore o un facilitatore, per i quali è preferibile la definizione di gruppi di sostegno. Tali gruppi possono essere definiti come reti sociali artificiali, reti cioè che si creano deliberatamente per produrre aiuto/sostegno sociale e psicologico in strutture di piccolo gruppo a base volontaria, costituiti -di solito- da pari che vivono lo stesso problema. La nascita ufficiale si fa risalire al 1935, anno di fondazione degli ”alcolisti anonimi”. Comunque questi gruppi non sono forme di trattamento che abbisognano di professionisti specializzati; si configurano, invece, come contesti di cura e di costruzione di una filosofia dell’uomo e dell’azione sociale, attraverso una visione olistica e rivoluzionaria dell’individuo: il passaggio da soggetto bisognoso ed incapace a soggetto capace e fornitore di aiuto per se stesso e per gli altri. Sono utilizzabili anche nell’ambito di percorsi di accompagnamento alla morte. A tal proposito il grande storico francese Philippe Ariès così scrive: ”Una maniera del tutto nuova di morire è comparsa nel corso del secolo ventesimo in alcune fra le regioni più industrializzate, più urbanizzate, più tecnicamente avanzate del mondo occidentale e -senza dubbio- siamo ancora agli inizi. Due tratti saltano agli occhi del meno attento degli osservatori: la sua novità, certo, il suo contrasto con ciò che era prima, di cui costituisce l’immagine rovesciata, il negativo: la società ha espulso la morte, eccetto quella degli uomini di Stato. Niente più nella città avverte che qualcosa è accaduto: il vecchio carro funebre, nero e argento, è diventato una banale automobile grigia che si perde nel flusso della circolazione. La società non segna nessuna pausa: la scomparsa di un individuo non intacca più la sua continuità. In città tutto si svolge come se nessuno più morisse (…) Una volta c’erano codici per tutte le occasioni in cui si dovevano manifestare agli altri dei sentimenti in genere inespressi, per far la corte, per mettere al mondo, per morire, per consolare la gente in lutto. Questi codici non esistono più. Sono spariti alla fine dell’ottocento e nel corso del novecento. Allora i sentimenti che vogliono esprimersi uscendo dall’usuale o non ne trovano il mezzo, sono repressi, o irrompono con violenza insopportabile senza più nulla che possa incanalarli. Nel secondo caso compromettono l’ordine e la sicurezza necessarie all’attività quotidiana. Conviene dunque reprimerli”. Oggi è questa la cultura dominante rispetto all’accompagnamento alla morte ed alla morte stessa. In questo deserto, il deserto del lutto, esistono per fortuna e si stanno faticosamente diffondendo esperienze significative, in cui medici, psicoterapeuti, infermieri, volontari sperimentano strade diverse per riconsegnare alla morte un ruolo significativo all’interno del ciclo della vita. Comunque non è possibile aiutare nessuno nell’esperienza del vissuto del morire, unico e personale, se non ce ne s’occupa a partire da se stessi e dalle proprie risposte esistenziali ed emotive in merito al tema della morte.

Cinema e terapia familiare: conversazione con Ignazio Senatore

E’ in libreria Cinema e terapia familiare (Franco Angeli), scritto dallo psichiatria e psicoterapeuta psicodinamico Ignazio Senatore (insieme con Rodolfo de Bernart), al quale abbiamo posto alcune domande.

- Di che cosa tratta Cinema e terapia familiare?

Nel volume “Curare con il cinema” e più specificatamente nel capitolo “Da Taxi driver a Blade runner: l’immagine della famiglia nel cinema” avevo già analizzato come il gruppo familiare fosse stato rappresentato sullo schermo nel rispetto di canoni seriali e standardizzati. In questo volume, scritto a quattro mani con Rodolfo de Bernart, la nostra attenzione è stata rivolta a come il cinema avesse declinato le diverse fasi del ciclo vitale della famiglia: la nascita della coppia, l’arrivo del primo figlio, l’infanzia, l’adolescenza, le influenze della famiglia d’origine, i rapporti tra madre e figli e tra padri e figli. Ne è risultato un viaggio entusiasmante che ha attraversato diverse cinematografie e che ha mostrato ancora una volta, come registi e sceneggiatori, tra le pieghe della trama, siano in grado di far scorgere allo spettatore le complesse e variegate emozioni che circolano all’interno di un gruppo familiare, cementato e tenuto stretto da segreti e bugie, da affetti e tradimenti, da illusioni e delusioni, da violenza e tenerezza. “Idealmente” il volume è composto da una prima parte più “teorica” e da una seconda strutturata in schede film. Ogni capitolo è corredato, inoltre, di una ricca filmografia sull’argomento. Un volume rivolto non solo agli psichiatri ed agli appassionati di cinema, ma che può interessare chiunque voglia comprendere l’intricato ed affascinante universo familiare.

– Nei suoi numerosi libri che percorso ha sviluppato?

Ogni volume nasce da un’urgenza diversa. Non credo di aver scelto “consapevolmente” un determinato percorso ma, lasciandomi guidare dalla mia grande passione per il cinema, ho analizzato, nel tempo, quei film d’interesse psichiatrico prodotti dalle diverse stagioni cinematografiche: dal muto al noir, dal cinema classico americano a quelli diretti dai Maestri del cinema europeo, da quelli cari al cinema indipendente a quelli delle cinematografie minori. Fedele ad un’impostazione cinefilica, il mio impegno maggiore è stato sia in “Curare con il cinema” e nel successivo “Il cineforum del dottor Freud” quello di analizzare anche le pellicole sconosciute al largo pubblico e, fedele a quest’impostazione, il mio lavoro di ricerca è culminato nel volume “Psycho cult”, dove ho schedato tantissimi B-movie italiani degli anni Settanta ed Ottanta. In “Cinema, mente e corpo” ho cambiato in un certo senso rotta e, fedele ad un taglio più clinico, ho schedato più di cinquecento film, dividendoli per aree psicopatologiche: dall’alcolismo alla tossicodipendenza, dalla follia alle fobie ed ossessioni, dalla demenza al ritardo mentale. Forse l’affermazione a me molto cara di Erri De Luca “Amo il cinema che non mi lascia in pace” è quella che meglio definisce questo mio continuo zigzagare tra i film. Confesso, però, che la mia identità di critico cinematografico mi sta spingendo oltre; non a caso è in libreria, edito da Falsopiano, “Roberto Faenza Uno scomodo regista”, il mio primo volume più “cinematografico”, dedicato ad un regista spesso ed ingiustamente bistrattato dalla critica. Il libro contiene una serie di aneddoti cinematografici e di ricche ed acute riflessioni sul cinema ed è strutturato in tre parti: un’appassionante intervista a Roberto, un’antologia della critica ed il “Diario americano”, scritto da Faenza mentre girava negli States il suo ultimo film, in uscita nelle sale il prossimo febbraio. Proseguendo questa scia sono in stampa altri miei due volumi, editi da Falsopiano, dedicati ai registi Giuseppe Piccioni e Daniele Luchetti.

— In un periodo di crisi come l’attuale che funzioni sta svolgendo il cinema?

Il cinema è un’industria e come tale bada soprattutto a far soldi. Non a caso un regista, che ho intervistato di recente, mi confessò che, quando si rivolse ad un produttore per proporgli un film, prima che potesse illustrargli la trama, si sentì chiedere: “Il tuo ultimo film quanto ha incassato?”. In un periodo di crisi come il nostro è evidente che i produttori finanziano per lo più film diretti a quelle fasce d’età che vanno al cinema; questo spiega il boom delle commedie giovaniliste e gli intramontabili cartoni animati. C’è ancora spazio però per il cinema d’autore e per quelle pellicole militanti e di denuncia sociale. Del resto, da quando è nato il cinema si è sempre diviso tra i sostenitori dei fratelli Lumiere e quelli di Melies.

Uso e abuso della diagnosi psichiatrica Conversazione con Fabrizio Starace

Nell’ambito della Settimana della Salute Mentale, lunedì 24 ottobre 2011 si è svolta a Modena la lezione magistrale Uso e abuso della diagnosi psichiatrica, tenuta da Allen Frances, professore emerito alla Duke University negli Stati Uniti, uno degli psichiatri di livello mondiale, la cui fama è legata alla direzione della quarta edizione del Diagnostic and statistical manual of mental disorders (DSM), la classificazione dei disturbi mentali usata dai medici di tutto il mondo (e di cui nel 2013 -a quasi dieci anni di distanza- è prevista la pubblicazione di una nuova versione). Allo psichiatra Fabrizio Starace, Direttore del Dipartimento Salute Mentale e Dipendenze Patologiche dell’Azienda Unità Sanitaria Locale (AUSL) di Modena, che ha promosso l’evento, abbiamo posto alcune domande.

- Di che cosa ha trattato la lezione magistrale Uso e abuso della diagnosi psichiatrica, tenuta da Allen Frances?

La lezione di Allen Frances è stata centrata sul tema della diagnosi in psichiatria, affermandone da un lato la necessità, dall’altro il pericolo, che attraverso l’immotivato ampliamento della nosografia che il DSM-V sembra voler proporre si tenda a “psichiatrizzare” una larga parte di comportamenti umani. Occorre ricordare che le definizioni contenute nel DSM sono “costrutti”, utili per aumentare l’attendibilità della diagnosi (ossia la probabilità che di fronte allo stesso caso psichiatri diversi formulino la stessa diagnosi), che non rappresentano le malattie per quello che sono, ma per come noi le vediamo. In altri termini, la presenza di rigorosi criteri operativi nulla ci dice sulla validità della diagnosi stessa (ossia della capacità di cogliere effettivamente il fenomeno che si diagnostica); Allen Frances ha anche ricordato che la definizione stessa di disturbo mentale è vaga e non fornisce indicazioni sul confine tra normalità ed anormalità; il confine dipende da variabili culturali, economiche, sociali per nulla intrinseche alla malattia stessa.

– Come mai, pur essendo cambiato l’atteggiamento culturale ed operativo nei confronti della malattia mentale, Allen Frances parla di “inflazione diagnostica”, “medicalizzazione della normalità e delle differenze individuali”, “uso eccessivo di trattamenti psicofarmacologici”, “ulteriore discriminazione del paziente psichiatrico”?

Il pericolo insito nel lavoro di costruzione del DSM-V sta proprio nella moltiplicazione delle categorie diagnostiche, ed al conseguente rischio di medicalizzazione e di sovra-prescrizione farmacologica immotivata. Si pensi alle condizioni depressive: ampliare i limiti diagnostici, includendo alcuni aspetti del lutto, comporterà la formulazione di un maggior numero di diagnosi. Già oggi negli USA il 10% della popolazione adulta assume farmaci antidepressivi, per una spesa complessiva che tocca i 10 miliardi di dollari; eppure le indagini epidemiologiche indicano che solo 1/3 delle persone che presentano una depressione grave sono in terapia: evidentemente gli altri sono trattamenti inappropriati, che avrebbero avuto un esito positivo anche senza alcun intervento farmacologico. All’inappropriatezza ed ai costi immotivati vanno aggiunti gli inevitabili effetti collaterali ed un complessivo aumento del livello di stigma. Una delle proposte formulate nel DSM-V è di includere tra le diagnosi quella di “Rischio Psicotico”: ciò comporterebbe un incremento del numero di soggetti falsi positivi (oltre l’80%), che verrebbero trattati inutilmente (senza parlare dei costi e degli effetti collaterali) e dell’etichetta che si porterebbero addosso, forse per tutta la vita. Allen Frances ha messo in guardia dal lasciare solo agli esperti la decisione sui criteri diagnostici: spesso si “innamorano” dei disturbi di cui sono esperti e perdono una visione d’insieme sul mondo reale.

— Lei ha lavorato a Napoli prima di Modena: che differenze sta constatando nell’organizzazione e nella qualità dell’assistenza psichiatrica nei due differenti contesti socio-sanitari e culturali?

Sarebbe troppo lungo entrare nel dettaglio delle differenze: in estrema sintesi, esse non stanno tanto nella quantità di fondi destinati alla salute mentale, quanto nella capacità di trasformare gli investimenti in qualità assistenziale, organizzativa e gestionale corrispondente ai bisogni delle persone. A tal fine esiste un livello di partecipazione ed interazione costante con i portatori di interessi, garantito dalla presenza in ogni DSM di un comitato utenti familiari ed operatori, che si riunisce a cadenza regolare e tratta gli elementi di criticità e i miglioramenti da adottare. Vi è inoltre una adeguata e competente rappresentazione dei temi della salute mentale presso gli uffici regionali, che svolgono attività di coordinamento ed indirizzo delle attività previste dagli atti di programmazione e ne verificano con reportistica costante l’andamento. Aggiungo infine che vi è una generale percezione della sanità pubblica come “bene comune”, cui ciascuno partecipa e contribuisce. Sempre più frequenti sono i casi di persone che si trasferiscono, anche dalla Campania, per poter assicurare ad un proprio congiunto l’accesso alle cure. Forse questa domanda andrebbe posta a loro.

“Ho incontrato lo Stato”: conversazione con Giuseppe De Lorenzo

Venerdì 16 dicembre 2011 è stato presentato a Benevento il libro Ho incontrato lo Stato (Graus Editore, pagine 133), al cui autore lo psichiatra sannita Giuseppe De Lorenzo abbiamo posto alcune domande.

- Di che cosa tratta il libro Ho incontrato lo Stato?

Nel libro viene descritta la mia personale vicenda umana sofferta nel momento in cui non ho assecondato i voleri dei potenti di turno. Per questo, si è verificata una situazione particolare in cui per un medico si avvia l’iter di licenziamento, non già per demeriti o manchevolezze, ma solo per aver cercato di ridare dignità ai sofferenti psichici costretti al ricovero in un reparto da lager con letti sfondati, mura lerce e suppellettili ridotte a brandelli.
Nel momento in cui tutto sembrava perso, l’intervento della Procura della Repubblica di Napoli, con l’ausilio del nucleo investigativo dei Carabinieri di Caserta, attraverso le intercettazioni, hanno messo a nudo la verità. In definitiva, malgrado l’incarnato credo popolare, io, lungo il faticoso cammino della vita professionale, ho incontrato quello Stato che tutti invochiamo e vorremmo. Il libro, per questo, ha lo scopo precipuo onde infondere speranza nei cittadini invitandoli a sperare ed a credere che, malgrado la realtà che ci circonda, non sia perso tutto.

– Lei è responsabile del Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura dell’Ospedale di Benevento: come sta funzionando l’assistenza psichiatrica nell’attuale situazione di crisi?

Oggi, dopo tante battaglie portate avanti molte volte in un silenzio assordante, il Servizio Psichiatrico da me retto, logisticamente, è divenuto uno dei migliori del territorio. Tra il personale v’è un clima di familiarità invidiabile. Il che, ed è naturale che sia così, rende meno gravosa l’assistenza ai sofferenti psichici. Quando lascerò l’incarico potrò avere la certezza di aver portato il reparto ad un livello qualitativamente alto.

— Lei è stato eletto quattro volte al Consiglio comunale di Benevento -dal 2006 al 2010- ed è stato Assessore al Traffico ed alla Mobilità: quali sono i rapporti tra sanità e politica?

I rapporti tra sanità e politica, a mio modesto parere, sono indefinibili e non, di certo, di alto profilo. L’ingerenza della politica nella sanità, oggi come ieri, ha raggiunto livelli indecorosi. Nessun incarico e qualsivoglia atto si porta a termine qualora non giunga l’avvallo della politica. Da questo punto di vista, la situazione è drammatica e credo sia giunto il momento di ribellarsi. Una volta per sempre.

“Caro Babbo Natale”

(di Giacomo De Caterina) Caro Babbo Natale,
ho aspettato a scriverti perchè non volevo scocciarti in un momento difficile come quello natalizio, così pieno di impegni per te. Qualche amico mi sconsigliava. Non godi di stampa unanime. Sei una figura controversa. Pura invenzione per tenere buoni gli allocchi, dicono alcuni. Altri: è di opache frequentazioni con banchieri e politici, colluso col World Economic Forum. Io so che tu sei vero. Anzi di più. Sei necessario. Come lo sono i tabù, il bene e la bellezza, senza discussioni e relativismi. Figli dell’uomo, ma emancipati, e ribelli talvolta, con un loro DNA in perenne, dialettica e imprevedibile mutazione. Non so –non ti ho fatto l’araldica- se sei rampollo di San Nicola, del re Mida o di chissà chi. Non ti offendere: ti immagino bastardo di un dio della bontà e della Coca Cola, e in questo, a maggior ragione, campione dei nostri tempi incerti. Così simile a noi idolatri –contemporaneamente- di Madre Teresa, Vàclav Havel e Steve Jobs. Del quale mi piace tradurre a modo mio il celebre motto. Siate ingordi, siate visionari: il capitalismo crapulone impalma la vergine mistica istrionica e creatrice.
Torno a bomba. Ti ho seguito su Google earth. Ti ho cercato negli uffici di rappresentanza, a Rovaniemi, Milano e altrove, ho parlato con alcuni tuoi aiutanti (stai in guardia: alcuni sono dei veri cialtroni…) ho analizzato letteratura, creazioni artistiche a te ispirate, film. Non ti conosco di persona. Cerco di immaginarti. E di fatto ti vedo, ma come non sei: bonario, semplicione, e infantile. Il che ti accomuna all’idea che abbiamo dei bei tempi andati: bassa mitologia sulla base di rappresentazioni approssimative e fasulle che scotomizzano ambiguità e miserie.
Gli uomini ti investono di una mansione niente male: rappresentare, almeno una volta l’anno, almeno a Natale, un mondo buono dove se fai il tuo dovere il premio arriva, con puntualità. E pure se non lo fai, dove se prometti che lo farai hai diritto al tuo.
Sei un uomo di esperienza, tormentato e complesso, e ti rendi conto di non poter risolvere con il tuo pur generosissimo impegno tutte le storture. E questo ti invecchia, ti incupisce. Ma non impedisce il tuo lavoro, che fai appesantito da chili, anni e dubbi.
Forse vedi cose e ti senti preso in giochi che manco a te piacciono. Una gratificazione materiale, un dolce, un gioco, qualcosa da mettere addosso, una carezza. Per chi ne ha già, per chi non ha abbastanza, per chi ha bisogno, per chi desidera il superfluo. Per chi ha fatto, per chi promette e non mantiene. Il tuo non è un esercizio di giustizia, ma di bontà gratuita. Bontà anche fessa, pensano alcuni, ma bontà. Immagino con che sollievo i piccoli delle più sfigate zone della terra ti aspettino con ansia, seguano il tuo volo, si incantino alle tue canzoni. Per una volta, almeno, c’è un premio. Che non rispetta criteri di giustizia? Che ingrassa chi ha già troppo? Che ci distoglie da ben altre necessità? Mah!
Noi uomini viviamo in un mondo a rovescio. Non è vero che il bene rende -per quanto sia ragionevole farlo-, spesso sono le carogne ad avere la meglio e la sofferenza è incomprensibile.
Caro Babbo Natale, ho perso il filo, non so più perché ti ho scritto. Forse solo per dirti quanto, nonostante le ambiguità delle tue origini e del tuo duro lavoro, apprezzi quello che fai, e non mi aspetto che ti impegni in problemi che altri dovrebbero risolvere. Ancora mille e mille di questi anni. Auguri!

Tuo,
Giacomo
26 dicembre 2011