In Gazzetta l’accordo per la salute in carcere e il superamento degli Opg

E’ pubblicato sulla «Gazzetta Ufficiale» n. 256 del 3 novembre 2011 l’«Accordo, ai sensi dell’art. 9 del decreto legislativo 28 agosto 1997, n. 281, sul documento recante «Integrazione agli indirizzi di carattere prioritario sugli interventi negli Ospedali psichiatrici giudiziari (OPG) e nelle Case di cura e custodia (CCC) di cui all’Allegato C al DPCM 1° aprile 2008».

L’accordo – ANTICIPATO SU IL SOLE-24 ORE SANITA’ N. 39/2011 – prevede alcune integrazioni al percorso per il superamento degli Opg delineato all’allegato C del Dpcm 1° aprile 2008. Integrazioni che vanno in due direzioni: implementare la tutela della salute mentale nelle carceri ordinarie e creare un «coordinamento per il superamento degli ospedali psichiatrici giudiziari» in ciascuno dei bacini macroregionali coperti dalle strutture.

L’accordo raggiunto in Conferenza Unificata prende le mosse dal fatto che «il successo del programma specifico per gli Opg è strettamente connesso con la realizzazione di tutte le misure e azioni indicate per la tutela della salute mentale negli istituti di pena». L’assenza di risposte idonee su questo versante, si legge infatti nell’intesa, «rende di fatto non praticabile – anche indipendentemente da un’auspicabile riforma del Codice penale in materia di imputabilità – alcun percorso alternativo all’Opg per tutte quelle persone che vi si trovano detenute proprio in relazione a disturbi psichici sopravvenuti in corso di detenzione oppure, in misura percentualmente minore, per periodi di osservazione psichiatrica».

L’accordo cerca allora di accelerare: entro il 30 giugno 2012 ogni Regione, attraverso i propri Dsm e in accordo con l’amministrazione penitenziaria, deve programmare e attivare in almeno un istituto di pena o preferibilmente in quello di ogni Asl una sezione ad hoc per la tutela della salute mentale dei detenuti nel proprio territorio. La sezione, che è un’articolazione del Ssr, dovrà concorrere «operativamente» al superamento degli Opg garantendo almeno due funzioni: assicurare l’espletamento nelle carceri ordinarie delle osservazioni per l’accertamento delle infermità psichiche e prevenendo l’invio in Opg dei detenuti che si ammalano durante la pena; prendendo in carico le persone di competenza presenti in uno degli Opg per determinarne sia la dimissione sia il ritorno in un istituto ordinario della Regione.

Da parte sua, l’amministrazione penitenziaria non invierà più detenuti in Opg per osservazione psichiatrica (misura già tentata prima del 2008, ma fallita proprio per l’assenza di sezioni).

Il secondo tassello dell’accordo prevede l’istituzione in ogni bacino macroregionale di riferimento dei sei ospedali psichiatrici del «Gruppo di coordinamento per il superamento degli Opg» composto da un rappresentante di ogni Regione e coordinato dall’esponente dell’amministrazione locale in cui ha sede la struttura. Allo stesso tempo, ciascuna Regione deve istituire il collegato «Sottogruppo tecnico regionale per il superamento degli Opg», con una adeguata rappresentanza dei diversi servizi deputati alla presa in carico degli internati.

Entro la fine dell’anno un accordo di programma dovrà rendere operative queste task force e contenere altri impegni: promuovere in ogni fase la gestione uniforme e omogenea dell’assistenza a detenuti e internati, attraverso un dialogo più efficace tra tutte le amministrazioni coinvolte; assumere per i destinatari di una misura di sicurezza «il principio della iniziale costante competenza del Dsm» di residenza o di abituale dimora; impegnare le Asl a realizzare programmi di cura e riabilitazione condivisi tra tutti i servizi territoriali competenti e integrati con i servizi sociali comunali per il reinserimento nel contesto di appartenenza.
FONTE: Sole 24 Ore Sanità, 4 novembre 2011

Pronto soccorso, medici stressati. Chiesto riconoscimento lavoro usurante

Il sovraccarico di lavoro, la pressione dei pazienti, la comunicazione con i loro familiari, la paura di commettere errori con il rischio di denunce, i turni di guardia pesanti sono causa di stress psico-fisico per medici e operatori sanitari dell’area di emergenza-urgenza che non ha equivalenti in nessun’altra categoria di lavoratori del comparto sanitario. Due termini anglosassoni descrivono il lavoro di questi operatori sanitari nel modo più sintetico ed efficace possibile: il multitasking nell’overcrowding. Il primo termine nel linguaggio dell’informatica descrive un sistema operativo che permette di eseguire più programmi contemporaneamente.

Trasferito nell’ambito dell’emergenza-urgenza significa che ogni operatore deve dedicarsi prioritariamente a chi è in pericolo di vita mentre ne soccorre contemporaneamente altri in un flusso ininterrotto che non diminuisce nel corso della giornata, rivalutando di continuo le condizioni cliniche di pazienti che possono divenire instabili malgrado le cure prestate. Overcrowding indica il sovraffollamento nelle sale d’attesa delle persone che aspettano di essere visitate. “E’ stato stimato che, nelle ore di punta, mentre un medico di reparto visita un paziente durante il giro visite, un medico di Pronto Soccorso ne ha già presi in consegna 7 e di questi ne tiene in trattamento la metà” – afferma il prof. Nicolò Gentiloni Silveri, direttore del Dipartimento di Emergenza e Accettazione del Policlinico Gemelli, che ogni anno accoglie in Pronto Soccorso circa 80.000 pazienti, più di 200 al giorno. Qual è la conseguenza di questo clima per chi lavora in Pronto Soccorso? I medici rischiano di “bruciarsi” e di contrarre quella che è chiamata “burnout”, una sindrome depressiva che produce un lento logoramento psicofisico dovuto alla mancanza di energie e di capacità per sostenere e scaricare lo stress accumulato. “Ma soprattutto – continua Gentiloni Silveri – il burnout può generare disamore per un’attività che invece è di grande interesse e gratifica il medico che l’ha scelta, se svolta in condizioni di maggiore serenità”. Per dare consistenza e fornire elementi certi di analisi su questo fenomeno, è stata promossa dall’Emergency Medicine and Care Academy (AcEMC) una indagine con lo scopo di analizzare le possibili forme di disagio e malessere psicologico derivante dall’attività professionale di medici e infermieri dei Pronto Soccorso italiani. I risultati dell’indagine saranno presentati a Roma, presso l’Aula Brasca del Policlinico “A. Gemelli” il 5 novembre 2011, ore 8.30-13.30, nel corso del convegno “Lo Stress lavoro – correlato degli Operatori Sanitari dell’Emergenza”, a margine del Congresso Nazionale Interdisciplinare “Buona pratica clinica e ricerca scientifica nell’urgenza emergenza”, che si terrà dal 2 al 4 novembre 2011 presso l’Aula Convegni del Consiglio Nazionale delle Ricerche (CNR) a Roma. Lo “stress lavoro – correlato”, con particolare riferimento alla normativa vigente e alle dimensioni psicosociali ed ergonomiche delle attività connesse all’urgenza, sarà il tema del Convegno presso il Gemelli. I lavori saranno introdotti da Andrea Cambieri, Direttore sanitario del Policlinico Gemelli, e da Fabrizio Celani, Direttore medico di Presidio del nosocomio della Cattolica. Tra i relatori: Nicola Magnavita, ricercatore dell’Istituto di Medicina del lavoro della Cattolica, e Michele Presutti, docente di Psicologia del lavoro e delle organizzazioni all’Università degli Studi di Torino. Alle ore 10.30 si svolgerà una tavola rotonda per commentare i risultati del questionario “fatica stress e disagio nel lavoro di emergenza-urgenza” cui interverranno tra gli altri Massimo Magnanti, Segretario nazionale SPES (Sindacato Professionisti Emergenza Sanitaria), Teresa Petrangolini, Segretario Generale di Cittadinanzattiva e Walter Ricciardi, Direttore dell’Istituto di Igiene della Cattolica di Roma. Alla tavola rotonda è prevista la presenza del sen. Ignazio Marino, Presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sull’efficacia e l’efficienza del Servizio Sanitario Nazionale, e del sen. Michele Saccomanno, membro della Commissione Igiene e Sanità al Senato. “In sostanza – anticipa Gentiloni Silveri – si vuole che venga riconosciuta ai medici che lavorano in Pronto Soccorso la ‘mansione usurante’ non per il numero di notti lavorative (in media 52/54 anno mentre la legge ne prevede oltre 64), ma perché in condizioni di tempo ridotto al minimo per la necessità di occuparsi di tante persone contemporaneamente, il medico di Pronto Soccorso è sottoposto a un’usura che può costituire pericolo per sé e per le persone che deve soccorrere”. “L’indagine che abbiamo promosso tra i medici dell’area di emergenza-urgenza – spiega il prof. Ivo Casagranda, presidente AcEMC – ha rilevato quali sono, dal punto di vista dei professionisti che hanno risposto al questionario somministrata on line attraverso il sito dell’associazione (http://www.acemc.it/), le principali fonti di sofferenza e quali sono oggi gli strumenti utilizzati per fronteggiarla”. “Le domande, messe a punto da un gruppo di psicologi e psichiatri e somministrato a medici e infermieri di Pronto Soccorso – continua Casagranda -, avevano inoltre lo scopo di verificare se e in che misura il malessere e il disagio si possano anche esprimere in forme di danno psicopatologico e quali sono le principali sintomatologie psichiche o somatiche attraverso cui si manifesta”. “Ma, accanto ai problemi legati alla fatica e alle forme di disagio psicologico e fisico (ansia , stati depressivi e reattivi,disturbi del sonno e alimentari) – conclude Casagranda – dall’indagine è emersa anche una forte motivazione degli operatori sanitari dell’emergenza per quel tipo di lavoro (piacere del lavoro, dimensione di sfida e opportunità di crescita). Basti pensare che alla domanda “cambierebbe lavoro se ne avesse la possibilità?” otre il 52% dei medici ha risposto di no”.
FONTE: dottnet.it

Non è richiesto il consenso informato del paziente in caso di trattamento sanitario obbligatorio

Il Fatto: Un paziente chiamava in giudizio l’Azienda Sanitaria per ottenere il risarcimento dei danni subiti esponendo di essere stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio con somministrazione continua di medicinali che avevano comportato la perdita di cognizione personale e dell’ambiente esterno, senza l’urgenza “salvavita” e senza il suo consenso, con omissione di informazione e con violazione del diritto di autodeterminazione e che la terapia somministratagli coattivamente aveva determinato l’insorgere della patologia denominata “induratio penis plastica”.

Il diritto

L’ipotesi di trattamento obbligatorio e costituita dal caso del paziente che, per malattia mentale, non sia in grado di sottoporsi volontariamente ai trattamenti necessari, sicché la valutazione di tale necessità è rimessa ai sanitari e al sindaco nonchè alla successiva convalida dell’autorità giudiziaria.

Nella vicenda concreta, ha osservato il Tribunale, si verte proprio in ipotesi di trattamento sanitario obbligatorio e pertanto la terapia prestata prescindeva dal consenso del paziente per disposizione di legge. Inoltre, cessato il TSO, l’uomo aveva continuato la degenza volontariamente, sottoscrivendo la dichiarazione inserita nella cartella clinica. 


Relativamente alla questione della necessità e adeguatezza della terapia farmacologica effettuata durante il ricovero, sulla base delle risultanze della disposta consulenza tecnica, si accertava che le modalità di ricovero e di trattamento terapeutico furono coerenti alle condizioni del soggetto all’epoca dei fatti e rispondenti ai protocolli medici.

Esito del giudizio

Il Tribunale ha respinto la domanda risarcitoria proposta dal paziente condannandolo alle spese di giudizio.

Tribunale di Salerno; Sent. n. 1689 del 12.08.2011

Fatto e diritto

Con atto di citazione notificato in data 10.4.2003, R. L., esponendo che in data 27.3.2000 era stato sottoposto a trattamento sanitario obbligatorio con somministrazione continua di medicinali che avevano comportato la perdita di cognizione personale e dell’ambiente esterno, senza l’urgenza “salvavita” e senza il suo consenso, con omissione di informazione e con violazione del diritto di autodeterminazione sancito dagli artt. 13 comma 1 e 32 comma 2 Cost., e che la terapia somministratagli coattivamente aveva determinato l’insorgere della patologia denominata “induratio penis plastica”, conveniva in giudizio l’Azienda Ospedaliera OO.RR. San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, per ottenere il risarcimento dei danni subiti.

Si costituiva in giudizio la convenuta che eccepiva la propria carenza di legittimazione passiva, atteso che il reparto di Psichiatria, sebbene allocato presso l’Ospedale S. Giovanni di Dio e Ruggi D’Aragona, era di pertinenza del CIM appartenente alla ASL SA/2, nonché la nullità della citazione per indeterminatezza della domanda per violazione dell’art. 163 comma 3 punto 4) c.p.c.; contestava, quindi, la fondatezza della pretesa creditoria.


All’udienza di trattazione del 3/12/2003 l’attore, che ne aveva fatto richiesta, viene autorizzato alla chiamata in causa dell’ASL SA/2.
Effettuata la chiamata in causa, si costituiva l’ASL SA/2 che contestava la fondatezza della pretesa creditoria deducendo che: il trattamento sanitario obbligatorio era stato disposto con ordinanza del Sindaco di Salerno prot. n. 81/1 del 27.3.2000, su proposta del dott. C. con convalida del dott. D.S.; si era concluso in data 29.3.2000 con continuazione volontaria del ricovero fino al successivo 30.3.2000, quando il paziente era stato dimesso in condizioni tranquille; la condotta terapeutica era stata tenuta con la dovuta perizia, prudenza e diligenza; chiedeva, poi, di chiamare in causa la R.A.S. S.p.A presso cui l’ente era assicurato con polizza di coassicurazione per la responsabilità civile verso terzi per essere manlevata in caso di soccombenza.

Effettuata la chiamata in causa si costituiva la RAS – Riunione Adriatica di Sicurtà – S.p.A. che dichiarava di essere obbligata a tenere indenne la propria garantita, ma contestava la fondatezza della pretesa attorea non profilandosi alcuna ipotesi di colpa professionale a carico dei sanitari operanti.


Si costituiva, altresì, l’Aurora Assicurazione S.p.a. che dichiarava di essere obbligata a tenere la propria garantita, quale co-assicuratrice nella percentuale del 10% ma contestava la fondatezza della pretesa attorea non profilandosi alcuna ipotesi di colpa professionale a carico dei sanitari operanti.


La fase istruttoria si realizzava a mezzo delle produzioni documentali delle parti e con disposizione di consulenza tecnica ufficio ad opera del prof. A. C. e del dott. R. C.. 


In via preliminare va rigettata l’eccezione di nullità della citazione sollevata dalla convenuta azienda ospedaliera. 
Va rilevato che, secondo la consolidata giurisprudenza della Suprema Corte, del tutto condivisibile, la nullità della domanda giudiziale per incertezza del “petitum” (inteso sotto il profilo formale come provvedimento giurisdizionale richiesto e sotto l’aspetto sostanziale come bene della vita di cui si domanda il riconoscimento) ricorre solo quando non sia identificabile i1 bene giuridico al cui conseguimento tende l’azione proposta, mentre è da escludere nel caso di semplice imprecisione terminologica e di inesatta o omessa qualificazione del rapporto dedotto in giudizio, essendo riservato ai giudice di inquadrare nell’esatta impostazione giuridica la soluzione del contrasto insorto tra le parti (Cfr. Cass. 1.6.2001 n. 7448; Cass. 30.3.2001 n. 4712; Cass. 12.1.1996 n. 1888; Cass. 5.7.1983 n. 4884, Cass. 15.3.1980 n. 1751). 
Inoltre, va pure osservato che spetta al giudice il compito di definire il contenuto e la portata delle domande avanzate dalle parti, identificando e qualificando giuridicamente i beni della vita destinati a formare oggetto del provvedimento richiesto (petitum) nonché il complesso degli elementi della fattispecie da cui derivino le pretese dedotte in giudizio (causa petendi): Cfr Cass 19.10.1998 n.10337.
Nel caso di specie, non solo il “petitum” risulta adeguatamente esplicitato nell’atto di citazione attraverso lo specifico riferimento alla richiesta di risarcimento dei danni subiti ma risultano anche specificamente esposti gli elementi di fatto e di diritto fondanti la allegata responsabilità della convenuta attraverso la precisa esposizione delle circostanze di fatto rilevanti (sottoposizione a trattamento sanitario coattivamente e somministrazione coattiva di farmaci) e la individuazione del comportamento colposo addebitabile alla convenuta (somministrazione di terapia in assenza di urgenza e senza il consenso del paziente). 


Nel merito, va osservato che oggetto del presente giudizio è la prestazione medico-professionale svolta dai sanitari della ASL SA/2 in favore di R. L. in occasione del ricovero dal 27.3.2000 al 29.3.2000 e la conseguente valutazione della responsabilità civile della struttura sanitaria convenuta in relazione alla patologia, “induratio penis plastica”, insorta successivamente al ricovero.

Va, innanzitutto, ritenuta fondata l’eccezione di difetto di legittimazione passiva sollevata dalla Azienda Ospedaliera convenuta. 
Alla luce della documentazione sanitaria prodotta, ed in particolare della cartella clinica n. 15668/2000, risulta comprovato che l’attore veniva ricoverato presso l’Azienda Sanitaria Locale Salerno 2 – Dipartimento di Salute Mentale – e non presso un reparto dell’Azienda Ospedaliera “OO.RR San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”. 
L’azienda sanitaria chiamata in causa, pertanto, risulta unica legittimata passivamente nel presente giudizio che ha ad oggetto la valutazione dell’operatore professionale dei sanitari operanti alle dipendenze dell’ASL SA/2 e, quindi, di converso la responsabilità civile della predetta struttura sanitaria.

Va, pertanto, dichiarato, come eccepito, il difetto di legittimazione passiva dell’Azienda ospedaliera OO.RR San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona, inizialmente convenuta in giudizio. 
Va, quindi, esaminata la fondatezza della domanda risarcitoria proposta dall’attore nei confronti della ASL SA/2 con l’atto di chiamata in causa notificato in data 7.1.2004. 


Sulla base della documentazione prodotta, sono emerse le seguenti circostanze:
in data 27.3.2000, a seguito di “comportamento impulsivo, agitazione psicomotoria etero aggressività e deliri”, su proposta del dott. C. e convalida del dott. V. D.S., con ordinanza del 27.3.2000 prot. n. 81/1 del Sindaco del Comune di Salerno, veniva disposto “trattamento sanitario obbligatorio” nei confronti dell’attore presso l’Azienda Sanitaria Locale Salerno 2 – Dipartimento di Salute Mentale – Servizio Psichiatrico di Diagnosi e Cura – Distretto 56 (Cfr. cartella clinica n. 15668/2000); 
in data 29.3.2000 si disponeva la cessazione del trattamento sanitario obbligatorio e l’attore accettava di proseguire volontariamente il ricovero, sottoscrivendo tale dichiarazione nella cartella clinica; veniva quindi, data la relativa comunicazione al Sindaco di Salerno;
in data 30.3.200 l’attore veniva dimesso ed affidato ai familiari con prescrizione di controllo presso il CIM; 
in data 12.6.2000 il R. si sottoponeva a vista specialistica presso il dott. F. F. che certificava: “si certifica che L. R…. riferisce di avere da due mesi, incontinenza urinaria ed impossibilità ad avere un rapporto sessuale normale per stortura del glande in fase erettiva”; 
in data 14.9.2000 il R. si sottoponeva ad esame ecografico che diagnosticava un “adenoma prostatico”; 
in data 24.10.2001 il R. si sottoponeva a visita medico-legale presso il dott. G. B. che diagnosticava: “induratio penis plastica”; “impotenza coeundi funzionale”.


Ciò posto, l’attore pone a fondamento della domanda risarcitoria proprio la sottoposizione a trattamento sanitario senza il suo consenso e la somministrazione coattiva di farmaci non urgenti né necessari da parte dei sanitari. 
Sotto il primo profilo, va osservato quanto segue. 


Il principio del consenso informato – il quale esprime una scelta di valore nel modo di concepire il rapporto tra medico e paziente, nel senso che detto rapporto appare fondato prima sui diritti del paziente e sulla sua libertà di autodeterminazione terapeutica che sui doveri del medico – ha un sicuro fondamento nelle norme della Costituzione: nell’art. 2, che tutela e promuove i diritti fondamentali della persona umana, della sua identità e dignità nell’art. 13, che proclama l’inviolabilità della liberta personale, nella quale “è postulata la sfera di esplicazione del potere della persona di disporre del proprio corpo” (Corte cost. sentenza n. 471 del 1990); e nell’art. 32, che tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo, oltre che come interesse della collettività, e prevede la possibilità di trattamenti sanitari obbligatori, ma li assoggetta ad una riserva di legge, qualificata dal necessario rispetto della persona umana e ulteriormente specificata con l’esigenza che si prevedano ad opera del legislatore tutte le cautele preventive possibili, atte ad evitare il rischio di complicanze.
Ipotesi di trattamento obbligatorio e costituito dal caso del paziente che, per malattia mentale, non sia in grado di sottoporsi volontariamente ai trattamenti necessari, sicché la valutazione di tale necessità è rimessa ai sanitari ed al sindaco quale autorità sanitaria ex art. 34 ss. 1. 23 dicembre 1978 n. 833, ed alla successiva convalida dell’autorità giudiziaria. Nella specie, si verte proprio in ipotesi di trattamento sanitario obbligatorio previsto e regolato dagli artt. 1 e 2 della l. n. 180/78 e artt. 33-34-35 della legge 23.12.1978 n. 833 e, pertanto, il trattamento prestato al R. prescindeva dal suo consenso per disposizione di legge. 
Inoltre, cessato il trattamento sanitario obbligatorio, il R. continuava la degenza volontariamente, sottoscrivendo la dichiarazione inserita nella cartella clinica. 


Va, poi, valutato l’ulteriore profilo della necessita e adeguatezza o meno della terapia farmacologica effettuata al R. durante il ricovero ospedaliero, prima in regime di trattamento sanitario obbligatorio ed in prosieguo per volontaria scelta; cioè va valutata la sussistenza di colpa professionale nell’operato dei sanitari che ebbero in cura il R.. 
In particolare assume rilievo, ai fini della valutazione della colpa medico – professionale, la perizia intesa come quel complesso di regole tecniche e professionali (regulae artis) espresso dal livello medio della categoria medica di appartenenza con riferimento nelle varie discipline oggetto di specialità; nell’apprezzamento del comportamento del perito rientrano anche la adeguata valutazione in merito alla scelta degli strumenti tecnico – materiali da utilizzare nell’espletamento della prestazione sanitaria, e l’assolvimento di un preciso obbligo di costante aggiornamento che il medico deve mantenere. Assume, altresì, rilievo la prudenza che è rappresentata dall’agire nel rispetto di precise regole di condotta che impongono al medico, in ordine alla soluzione del singolo caso, di scegliere quelle modalità di intervento che sono frutto di un ponderato convincimento e che trovano preciso riscontro nella scienza ufficiale. Nondimeno va evidenziato anche il profilo della negligenza che si qualifica come una serie di atteggiamenti negativi che possono caratterizzare l’operato del professionista ed investono l’aspetto della dimenticanza, della svogliatezza e della pigrizia.

Nel caso di specie, l’esame della diligenza professionale va focalizzato nell’ottica dell’adeguatezza o meno delle scelte farmacologiche effettuate dai sanitari. 
Sul punto vanno richiamate le risultanze della disposta ctu in quanto pienamente condivisibili per essere correttamente ed adeguatamente motivate sia sotto il profilo scientifico che sotto il profilo logico e supportate da adeguati accertamenti strumentali. 
Va, quindi, evidenziato che durante il ricovero dal 27 al 30.3.2000, al R. era instaurata la seguente terapia farmacologica: 
in data 27.3.2010, con 1 fiala di Largactil per via intramuscolare e terapia endovenosa con soluzione fisiologica + fiala di EN e con soluzione fisiologica + fiala di EN +I fiala di Largactil.; alle 15,40 praticava una fiala di Tolofen + una fiala di EN per via intramuscolare; erano, inoltre, prescritte 20 gocce di Largactil ai dì; 
in data 28.3.2000 il R. era migliorato ed il 29.3.2000, avendo superato il “momento di crisi”, e veniva, quindi, sospesa la terapia infusionale e prescritto solo Largactil 10 gocce tre volte al dì; 
in data 30.3.2000 il R. era dimesso con prescrizione di controllo presso il Centro di Igiene Mentale Territoriale. 
I cc.tt.uu. hanno, innanzitutto, evidenziato che non sono documentate patologie pregresse che avrebbero potuto costituire controindicazioni all’uso di ansiolitici (EN) e di tranquillanti maggiori (Talofen, Largactil). Ben vero, come documentato dall’attore, il Largactil deve essere usato con particolare cautela nei soggetti portatori di ipertrofia prostatica. 
Tuttavia va rilevato, in primo luogo, che non risulta in alcun modo che il farmaco in questione sia stato incautamente somministrato, ma, soprattutto, va rilevato che, come rappresentato dai cc.tt.uu., non risulta dimostrato che l’attore fosse (pregresso) portatore di una patologia del tipo di quella (contro)indicata.
I cc.tt.uu hanno pure rimarcato che, pur volendo ipotizzare una preesistente ipertrofia prostatica, questa rappresenterebbe, comunque, una patologia che non controindica in modo assoluto l’uso dei farmaci somministrati al R., ma solamente imponeva una precauzione nell’uso degli stessi ed, in particolare, nell’uso cronico dei tranquillanti maggiori. 
I cc.tt.uu, quindi, hanno valutato, tenendo nel debito contro i riscontri documentali, che le modalità di ricovero e di trattamento terapeutico furono adeguate alle condizioni del soggetto all’epoca dei fatti e rispondenti ai protocolli medici. 
La terapia farmacologica, pertanto, risultava adeguata alle condizioni di salute del R. al momento del ricovero e non presentava controindicazioni particolari. 
Conseguentemente alcun comportamento imperito, imprudente o negligente dei sanitari può ritenersi sussistente. 
Quanto all’insorgenza delle patologie di cui è attualmente portatore il R. -”Induratio Penis Plastica” con incurvamento latero-dorsale sinistro al III medio dell’asse del pene; ipertrofia prostatica di grado moderato con lieve sintomatologia da ostruzione cervico – uretrale -, i cc.tt.uu. hanno decisamente escluso “in base alla letteratura scientifica in merito ed alla classica criteriologia medico legale”, che entrambe le patologie possano essere in relazione causale o concausale con la terapia farmacologica somministrata al R. durante il ricovero presso il Servizio di Psichiatria dell’ASL SA/2 dal 27.3.2000 al 30.3.2000. 


La domanda risarcitoria, pertanto, va rigettata. 
Le spese seguono la soccombenza e vanno liquidate come in dispositivo, unitamente a quelle relative alla disposta ctu; le spese relative alla chiamata in garanzia delle compagnie assicuratrici vanno equamente compensate tra le parti.

P.Q.M.

il Tribunale di Salerno – Seconda Sezione Civile – in composizione monocratica e nella persona del giudice dott.ssa Antonella D.S., definitivamente pronunziando sulla domanda proposta da R. L. nei confronti dell’Azienda Ospedaliera “OO.RR S. Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”, in persona del legale rappresentate pro tempore, con atto di citazione notificato il 10.4.2003 e con la chiamata in causa dell’ASL SA/2, in persona del legale rappresentante pro tempore, della Aurora Assicurazioni S.p.A. e della RAS S.p.A., in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore, uditi i procuratori delle parti, ogni altra istanza, difesa, eccezione e deduzione respinta, cosi provvede: 
1) dichiara il difetto di legittimazione passiva dell’Azienda Ospedaliera “OO.RR. San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”, in persona del legale rappresentante pro tempore; 
2) condanna R. L. al pagamento in favore dell’Azienda Ospedaliera “OO.RR. San Giovanni di Dio e Ruggi d’Aragona”, in persona del legale rappresentante pro tempore, delle spese processuali che liquida in complessivi euro 2.650,00, di cui euro 50,00 per esborsi, euro 800,00 per diritti, euro 1.800,00 per onorario, oltre rimborso spese generali, I.V.A. e Cassa nella misura e come per legge; 
3) rigetta la domanda proposta da R. L. nei confronti dell’Azienda Sanitaria Locale Salerno 2, in persona del legale rappresentante pro tempore;
4) condanna R. L. al pagamento in favore dell’Azienda Sanitaria Locale Salerno 2, in persona del legale rappresentante pro tempore, delle spese processuali che liquida in complessivi euro 2.650,00, di cui euro 50,00 per esborsi, euro 800,00 per diritti, euro 1800,00 per onorario, oltre rimborso spese generali, I.V.A. e Cassa nella misura e come per legge; 
5) pone a definitivo carico di R. L. le spese di ctu, nella misura già liquidata in atti; 
6) compensa le spese relative alla domanda di manleva proposta dalla ASL SA/2, in persona del legale rappresentante pro tempore, nei confronti della RAS – Riunione Adriatica di Sicurtà – S.p.A. e della Aurora Ass.ni S.p.A., in persona dei rispettivi legali rappresentanti pro tempore.
[Avv. Ennio Grassini – www.dirittosanitario.net]

Cassazione condanna mamma iperprotettiva

Condannato anche il nonno, 'ipercura' e' reato di maltrattamenti

Confermata, dalla Cassazione, la condanna a un anno e 4 mesi di reclusione di una mamma che riempiva di attenzioni il figlio (6 anni) ritardandone la regolarita' dello sviluppo. Condannato anche il nonno. Per i giudici ''l'iperprotezione e l'ipercura'' costituiscono reato di maltrattamenti. Elisa G., mamma del bimbo, e il nonno, Giggetto G., hanno contestato la condanna per maltrattamenti inflitta dal gup del tribunale di Ferrara nel 2007 e confermata dalla Corte di Appello di Bologna.

Fonte (ANSA) – BOLOGNA, 11 OTT

Usura da reperibilità: il medico deve dimostrare il danno

Essere reperibili nel giorno destinato al riposo settimanale limita il godimento del riposo e comporta il diritto a un particolare trattamento economico aggiuntivo, stabilito dalla contrattazione collettiva o, in mancanza, determinato dal giudice. Si ha diritto anche a un giorno di riposo compensativo, che, se non viene dato, può creare un danno psicofisico al medico. Si può dunque formulare un'ipotesi di danno non patrimoniale per usura psico-fisica da fatto illecito o da inadempimento contrattuale.

 
Grava però sul medico stesso l'onere di provare il nesso di causa ed effetto tra il mancato riposo e il danno subito. Lo ribadisce la Cassazione con sentenza n. 18310/2011 del 7 settembre, che ha confermato quella della Corte d'appello di Salerno che aveva rigettato la domanda di un infermiere volta a ottenere dall'Asl il risarcimento del danno derivatogli dall'usura psicofisica subita per le giornate lavorative effettuate nei giorni destinati a riposo compensativo a seguito di turno di reperibilità prestato in giorno festivo.
 
In quel caso l'interessato non aveva fornito la prova della dipendenza causale del danno dalla mancata fruizione del riposo. La normativa prevede che nel caso in cui la reperibilità cada in giorno festivo spetta un riposo compensativo senza riduzione del debito orario settimanale.

Fonte Sanità del Sole 24 Ore, 27 sett.- 3 ott., pag. 1, 23.

E’ omicidio colposo il mix fatale di farmaci

Il medico che prescrive un farmaco deve sempre verificare le altre terapie che il paziente sta assumendo. Se il paziente muore proprio a causa di un mix letale di medicinali, deve essere condannato per omicidio colposo. Parola della quarta Sezione penale della Corte di cassazione, sentenza n. 33154/2011, depositata il 6 settembre, che ha annullato con rinvio una pronuncia della Corte d'appello di Lecce, sezione di Taranto.

 
La vicenda risale al 2003 quando un dirigente medico del Sert prescrive 40 grammi di metadone in sciroppo a un detenuto eroinomane entrato il giorno prima nel carcere di Taranto in preda a una violenta crisi d'astinenza. Dopo poche ore l'uomo muore per una grave insufficienza respiratoria provocata dalla depressione del sistema nervoso centrale. Con il metadone il detenuto aveva assunto tre psicofarmaci precedentemente prescritti dal consulente psichiatra.
 
Per il Gip del tribunale di Taranto il medico è responsabile di non aver preventivamente verificato se il detenuto avesse già cominciato la terapia e ne avesse in corso altre. Non la pensava così la Corte d'appello che nel 2010 aveva assolto il camice bianco «perché il fatto non sussiste».
 
Per la Suprema Corte l'imputato, pur avendo riscontrato nel paziente gli evidenti sintomi di una crisi d'astinenza e pur essendo consapevole delle patologie di natura psichiatrica da cui era affetto, perché riportate nel referto redatto al momento dell'ingresso in carcere, «all'atto di prescrivere la somministrazione del metadone ebbe del tutto a omettere di procedere agli accertamenti necessariamente propedeutici, invero ineludibili ai fini della prescrizione di detto farmaco».

Fonte Sanità del Sole 24 Ore del 20-26 settembre, pag. 1, 23. edott.it