Il problema e’ spesso sottovalutato: due pazienti su tre non hanno un’adeguata terapia, e arrivano alla diagnosi con 10 anni di ritardo. Quasi nove italiani su dieci non hanno mai sentito parlare di disturbo bipolare, eppure quasi la metà della popolazione ritiene che potrebbe avere delle difficoltà a lavorare con un bipolare (45%), mentre uno su tre pensa che non riuscirebbe a diventarne amico (31%). E’ questo il quadro che emerge dall’indagine “Mania e depressione: due facce della stessa medaglia”, realizzata a marzo 2010 da Gfk Eurisko e presentata ieri in conferenza stampa a Milano in occasione dell’annuncio della nuova indicazione dell’antipsicotico quetiapina nella depressione bipolare. D’altro canto la stessa indagine mette in luce come nel 46% dei casi i pazienti si sentano poco accettati dalle persone che li circondano e nel 60% ammettono di avere difficoltà nelle relazioni sociali. «Questi dati evidenziano – commenta Liliana Dell’Osso, Direttore della Clinica Psichiatrica dell’Università degli Studi di Pisa – che in Italia la confusione e l’ignoranza, insieme a uno stigma sociale, sono purtroppo ancora oggi predominanti. Ciò non aiuta ovviamente il paziente, che spesso arriva a perdere totalmente il controllo della propria vita, si sente inadeguato, si auto-isola e nei casi più gravi tenta il suicidio». Dall’indagine emerge anche come le persone con disturbo bipolare abbiano una diffusa sensazione di perdita di controllo della propria vita, avvertita soprattutto nella fase depressiva: la componente della malattia che crea maggiore disagio all’80% dei pazienti. «Passa troppo tempo – spiega Carlo Altamura, Direttore della Clinica Psichiatrica dell’Università degli Studi di Milano – fra l’esordio del disturbo bipolare e l’inizio delle cure, con il rischio che pazienti non trattati, lasciati soli, peggiorino inesorabilmente, fino ad andare incontro al suicidio o alla dipendenza cronica da sostanze di abuso».

 

2 Responses to Disturbo bipolare: 10 anni per la diagnosi e il 70% non è curato bene

  1. Mario Comuzzi scrive:

    IIl dottor Enzo D’Alessandro alla prima visita ha diagnosticato la bipolarità di Giulio. Non solo, ma ci ha spiegato in quale forma si manifestava, per quali motivi potevamo considerarla una forma delle meno gravi, come andava curata, quale era lo stile di vita consigliato come parte del piano di cura, quali erano le prospettive per il futuro, e tante altre preziose informazioni. Concludeva la visita con le prescrizioni e un rapporto scritto per gli psichiatri di Trieste. Era il 13 ottobre del 2001. Giulio aveva avuto il suo primo episodio di psicosi nel mese di giugno, seguito da una parziale ripresa e una ricaduta all’inizio di ottobre. Il dottor D’Alessandro ci ha spiegato quale era stata la crisi maniacale e quale quella depressiva. Prima di salutarci ci ha fornito anche il suo numero di cellulare. Un numero che ho usato diverse volte negli anni seguenti, quando a Trieste nessuno rispondeva, nessuno sapeva come trovare qualcuno dei celebrati psichiatri. Come ho conosciuto il dottor D’Alessandro? Io e mia moglie, capito cosa stava succedendo a Giulio, abbiamo immediatamente cominciato a informaci, a comprare libri e a cercare in internet, con la collaborazione dei colleghi informatici di Giulio e facilitati dalla conoscenza delle lingue. Fra i meravigliosi siti, in lingua inglese che si dedicano alla psichiatria: americani, canadesi, australiani, un sito canadese per noi è risultato assolutamente adatto alla situazione: prevenzione e cura del primo episodio di psicosi:
    http://www.pepp.ca/
    Per la prevenzione ormai per Giulio era troppo tardi, ma abbiamo capito bene l’importanza di curare bene il primo episodio. Se si cura bene il primo episodio la grande maggioranza dei giovani guarisce per sempre. Essendo in Italia, dove la parola guarire non fa parte del dizionario degli psichiatri di stato, è bene ripetere: se il primo episodio viene curato bene i giovani, in grande maggioranza, guariscono per sempre. Per assegnare un arco di tempo al primo episodio si tratta di circa sei mesi. Giulio era investito dal primo episodio. Avevo già conosciuto gli psichiatri di Trieste, csm del Domio. Avevo stampato per loro alcune pagine dal sito, e avevo tradotto alcuni passaggi in italiano. Il dialogo con gli psichiatri era molto vicino allo zero assoluto; intendevo stimolare il loro interesse proprio perchè Giulio fosse assistito bene in quella delicatissima fase. Dopo alcuni giorni Colucci, al quale Giulio era affidato, e una sua collega mi dedicano un breve incontro. Colucci ha visto il sito, ma non trova niente di nuovo, più che altro cose datate, di vent’anni fa. Voglio spiegare i miei motivi ma mi interrompe: in internet si trova un mare di roba, che c’è di tutto, che Trieste è l’unica città citata dall’OMS, Basaglia, e via così. Dopo di lui la Oretti. Mi dice più volte: “Non si arrabbia se le dico una cosa? Mi promette che non si arrabbia?” La tranquillizzo. “Lei adesso ha un caos nella testa, un caos.” E poi prima di alzarsi e andarsene: “Mi fa almeno un sorriso? Coraggio, mi fa un sorriso?”
    Posso citare tutto con esattezza perchè quando mi ero accorto che avevo a che fare con degli irresponsabili avevo cominciato a tenere un diario; ci scrivevo tutto quello che riguardava Giulio, una specie di diario clinico, e quindi per forza i rapporti con gli psichiatri.
    Nel sito avevo trovato il nome del dottor Ashok Malla, principale artefice del programma di prevenzione e cura, e lo contattai. Giulio era praticamente bilingue con l’inglese, e consideravo la prospettiva di portarlo in Canada perchè avevo capito che lì erano professionisti e facevano sul serio. Il dottor Malla mi rispose in giornata. Non mi incoraggiava ad andare in Canada, da lui, ma io volevo che Giulio fosse curato bene, e intendevo decidere in tempi brevissimi. Le mie ricerche mi portarono a scoprire che un medico psichiatra di alto livello che aveva lavorato col dottor Malla aveva aperto uno studio in Italia, e quando ebbi l’indirizzo portai Giulio in visita da lui, a Genova. Il dottor D’Alessandro era stato direttore del centro per la cura delle psicosi di Toronto. Aveva lavorato per anni col dottor Malla, era amico suo e di sua moglie. Mi trovavo il Canada in Italia. Come ho detto capì immediatamente il problema di Giulio. Sotto la sua guida Giulio già nel mese di novembre riprendeva il suo lavoro di perito informatico e riprendeva il conservatorio: il triennio, o accademia, di pianoforte. A fine dicembre cominciò a scivolare verso una seconda fase critica. Come mai? I signori del csm Domio, Colucci e Marsili, che non hanno mai voluto collaborare col dotto D’Alessandro, a mia insaputa chiamavano Giulio e gli dicevano che poteva abbandonare i farmaci, che ormai non gli servivano più. Quasi sicuramente Giulio proseguendo con il litio per qualche anno avrebbe avuto un recupero completo; aveva già avuto una ripresa sorprendente nell’arco di poche settimane.
    Mi è sembrato doveroso far conoscere la nostra esperienza proprio per la drammaticità della situazione che questo articolo sulla diagnosi di bipolarità evidenzia. Quanti giovani si salverebbero in Italia se avessimo formato dei seri professionisti della psichiatria. Invece siamo scivolati in un oscurantismo medievale, sotto il tallone di ferro della psichiatria politica di stato.
    Mario Comuzzi

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